Amori e incantesimi 2: quando la nostalgia non basta


Amori e incantesimi 2, diretto da Susanne Bier, è un sequel che sicuramente non mi aspettavo e che, dopo l’annuncio, non vedevo l’ora di vedere. Avevo però delle riserve e temevo una delusione, come mi è già capitato con altri sequel di film cult degli anni ’90. Anche stavolta, purtroppo, i miei timori non erano infondati, perché il film è decisamente mediocre, nonostante un cast molto valido.


A essere particolarmente deludenti sono, in primo luogo, la trama, sviluppata in maniera troppo sbrigativa e confusa, con un “cattivo” che piomba nella storia praticamente dal nulla, senza una vera introduzione. In secondo luogo, la sceneggiatura, che forza continuamente richiami agli eventi diventati iconici del primo film, spesso inserendoli fuori contesto e con l’evidente intento di strizzare l’occhio al pubblico nostalgico.


Ed è proprio qui che, secondo me, emerge il principale problema del film: la nostalgia non basta. O, almeno, non basta a me. Posso capire che per molti fan del primo Amori e incantesimi il semplice piacere di ritrovare quei personaggi, quelle atmosfere e quei volti sia già sufficiente per uscire soddisfatti dal cinema. È un ritorno a casa, quasi una rimpatriata con persone che non vedevamo da quasi trent’anni. Ma personalmente mi aspetto qualcosa di più da un sequel: il ricordo deve accompagnare una nuova storia. Io


È stato tenero, per esempio, rivedere Dianne Wiest e Stockard Channing nei panni delle zie Jet e Franny. La loro presenza è uno dei richiami al primo film che ho apprezzato maggiormente e le due attrici riescono ancora a dare ai personaggi quella combinazione di eccentricità e calore che li aveva resi così memorabili. Peccato che anche loro debbano muoversi all’interno di una trama troppo debole per valorizzarle davvero.


Una nota positiva è comunque il cast. Sandra Bullock e Nicole Kidman sono superstar navigate e, a quasi trent’anni dal primo film, colpisce inevitabilmente vederle apparire quasi sospese nel tempo. Personalmente, però, proprio questo aspetto mi ha lasciata perplessa. Soprattutto nel caso di Sandra Bullock, ho trovato il suo volto estremamente levigato e lontano dall’immagine naturale che ricordavo. È una questione di gusto personale, ma continuo a trovare più interessante vedere un’attrice invecchiare sullo schermo piuttosto che assistere alla ricerca quasi obbligatoria di un’eterna giovinezza. È anche uno dei grandi paradossi di Hollywood: celebriamo attrici che continuano a essere protagoniste dopo i cinquant’anni, ma allo stesso tempo sembra esserci ancora pochissimo spazio per mostrare davvero i segni del tempo.


Accanto a Bullock e Kidman troviamo Joey King e Maisie Williams, due giovani attrici che rompono decisamente con lo stereotipo di bellezza tipico degli anni ’90. Non più necessariamente alte, filiformi, androgine e con tratti del viso perfetti, ma ragazze dall’aspetto più comune, nelle quali è forse più facile riconoscersi.


In particolare mi ha colpita Joey King, che ha dato un’interpretazione coinvolgente. Inizialmente, abituata agli standard estetici del cinema di qualche decennio fa, mi sarei aspettata attrici più conformi a quel modello. Invece ho apprezzato questa scelta di casting, che rende il passaggio di testimone ancora più interessante: da una generazione di donne cresciute in un’industria che ha imposto loro standard estetici durissimi, a ragazze più comuni, il cui principale punto di forza può finalmente essere la recitazione.


Alla fine Amori e incantesimi 2 funziona soprattutto come una rimpatriata. Capisco perfettamente perché, per chi ha un legame molto forte con il film originale, questo possa essere già abbastanza: c’è il piacere di rivedere Sally, Gillian, Jet e Franny e di tornare per un paio d’ore nel loro mondo. Per me, però, passato l’effetto del ricordo, rimane troppo poco. L’amarcord può riportarti al cinema, ma non può sostituire una buona storia.

Funerali, ricchi vedovi e segreti di famiglia

La signora dei funerali è un romanzo di Madeleine Wickham, meglio nota con lo pseudonimo di Sophie Kinsella, con cui ha raggiunto il successo soprattutto grazie alla saga di I Love Shopping, da cui è stato tratto anche il film con Isla Fisher. Nel 2025 l’autrice è venuta a mancare lascinadoci però in eredità i suoi scritti e le sua visione acuta e ironica sul mondo.

La protagonista è Fleur, una bellissima donna che ha deciso di dedicarsi a un’attività piuttosto alternativa: oggi verrebbe definita una gold digger. Il suo modo di agire mi ha ricordato il celebre film Heartbreakers – Vizio di famiglia, con Sigourney Weaver e Jennifer Love Hewitt. La storia è scritta molto bene e invoglia a proseguire la lettura.

Ho trovato, però, talvolta un po’ destabilizzante il continuo passaggio da un punto di vista all’altro, persino all’interno dello stesso capitolo. Questa narrazione corale permette al lettore di avere una prospettiva a 360 gradi sulla vicenda, ma rende il romanzo, a tratti, meno intimista. I personaggi sono caratterizzati molto bene. Quella che ho preferito è Philippa, ma ho apprezzato anche Zara e Antony. Lambert, invece, è dipinto come il cattivo fatto e finito e, nel contesto della storia, ci sta. L’unico vero appunto riguarda il finale: mi sarebbe piaciuto che la storia proseguisse, perché ho avuto la sensazione che tutto si interrompesse proprio sul più bello. Nel complesso è una lettura piacevole, che racconta con ironia le fragilità e le ipocrisie dell’upper class britannica. Non eccezionale, ma decisamente godibile.

Le nebbie di Avalon: quando Camelot parla al femminile

Le nebbie di Avalon è un romanzo fantasy di Marion Zimmer Bradley, dal quale è stata tratta anche una miniserie molto ben fatta. Stiamo parlando di un vero colosso del fantasy, che riprende il ciclo arturiano e lo ripropone in chiave moderna. Una scelta che ho apprezzato, solitamente al centro delle avventure epiche troviamo un uomo, mentre le donne restano ai margini. Qui, invece, il potere e l’influenza partono da una donna: Viviane, la Signora del Lago, che in nome della Dea tesse le sorti dei grandi e dei potenti senza versare una goccia di sangue. L’epoca della magia e degli antichi dèi sembra ormai al tramonto, sotto il giogo sempre più stretto del clero e del cristianesimo. Un testo che parla molto dell’universo femminile in un contesto medievaleggiante, ma anche di fede e religione, mostrando come, nei fatti, quest’ultima si limiti a cambiare forma e ad assumere nomi diversi. Non posso dire che sia stata una brutta lettura e ho apprezzato molto l’analisi psicologica dei personaggi, estremamente intimista nonostante la narrazione si in prevalenza in terza persona. Ho trovato piuttosto odioso il personaggio di Ginevra, mentre Morgana mi è sembrata molto smarrita. Ho letto soltanto il primo dei due volumi in cui è stata divisa l’opera e, benché sia scritto bene, l’ho trovato fin troppo astratto. Ho quindi preferito dedicarmi ad altre letture.

Avatar: La leggenda di Aang, tra magia, guerra e amicizia

Ho appena finito di vedere la serie statunitense Avatar: La leggenda di Aang e devo ammettere che mi ha conquistata molto più di quanto mi aspettassi. La serie racconta la storia di Aang, un bambino che vive in un universo in cui alcune persone, chiamate dominatori, sono in grado di controllare uno dei quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. Le diverse popolazioni sono organizzate in nazioni legate proprio a questi elementi, anche se non tutti possiedono la capacità di dominarli. In ogni generazione nasce però una figura speciale: l’Avatar, l’unica persona in grado di dominare tutti e quattro gli elementi. Il suo compito è mantenere la pace e l’equilibrio nel mondo

Questo equilibrio viene distrutto quando la Nazione del Fuoco, guidata da un sovrano spietato, scatena una guerra con l’obiettivo di estendere il proprio dominio sulle altre nazioni. Aang ha appena scoperto di essere l’Avatar quando la Nazione del Fuoco attacca i Nomadi dell’Aria. Riesce a sfuggire all’attacco, ma durante una tempesta rischia di morire mentre sorvola il mare insieme al suo bisonte volante, Appa. I suoi poteri lo salvano, imprigionandolo però all’interno di una sfera di ghiaccio nella quale rimarrà per cento anni. Quando finalmente viene liberato da due fratelli della Tribù dell’Acqua del Sud, Sokka e Katara, Aang scopre che il mondo che conosceva non esiste più. È l’ultimo dominatore dell’aria e la Nazione del Fuoco ha approfittato della sua assenza per estendere il proprio potere. Insieme a Katara e Sokka intraprende quindi un lungo viaggio attraverso le diverse nazioni, durante il quale dovrà imparare a padroneggiare gli altri elementi e, soprattutto, accettare il peso di essere l’Avatar.

Ho trovato la serie davvero stupenda e mi sono affezionata moltissimo sia al suo universo narrativo sia ai personaggi.La mia preferita è sicuramente Katara, interpretata da Kiawentiio. Determinata, coraggiosa ed empatica, rappresenta spesso il cuore del gruppo e riesce a mantenere la propria sensibilità anche davanti alle situazioni più difficili.

Un’altro dei personaggi che trovo più interessanti è sicuramente il principe Zuko, interpretato da Dallas Liu. Ammetto di trovarlo spesso irritante, soprattutto quando sembra finalmente pronto a cambiare per poi prendere decisioni capaci di far infuriare lo spettatore. Allo stesso tempo, però, è proprio questa sua continua lotta interiore a renderlo così intrigante. Zuko è combattuto tra ciò che sente essere giusto e il disperato bisogno di ottenere l’approvazione del padre, e questa contraddizione lo rende uno dei personaggi più complessi della serie.

Molto convincente anche Azula, interpretata da Elizabeth Yu. Intelligente, spietata e manipolatrice, è un’antagonista capace di risultare realmente pericolosa.

E poi c’è Iroh, interpretato da Paul Sun-Hyung Lee, zio di Zuko e Azula e probabilmente uno dei personaggi più adorabili dell’intera serie. Saggio, ironico e profondamente affettuoso, rappresenta quasi una bussola morale per Zuko e cerca continuamente di mostrargli che il valore di una persona non dipende dall’approvazione di suo padre.

Ho apprezzato molto anche il modo in cui la serie affronta la diversità e la disabilità, facendolo in maniera naturale e senza dare mai l’impressione di voler inserire determinati personaggi semplicemente per rispettare una quota. Un esempio perfetto è Toph Beifong, interpretata da Miya Cech. Toph è cieca, ma la sua cecità le ha dato modo di sviluppare un modo straordinario di percepire ciò che la circonda attraverso le vibrazioni del terreno e proprio questa capacità contribuisce a renderla una dominatrice della terra formidabile.

Anche Teo, interpretato da Lucian-River Chauhan, pur essendo un personaggio secondario, vive la propria paraplegia con coraggio e ingegno, riuscendo a volare grazie a particolari alianti.

Lo stesso Aang, interpretato da Gordon Cormier, mi è piaciuto molto. È dolce, ingenuo e profondamente buono e, per alcuni aspetti, mi ha ricordato l’innocenza e la spontaneità di Luffy in One Piece. Entrambi riescono a conservare una visione quasi pura del mondo nonostante siano costretti ad affrontarne gli aspetti peggiori.

Dietro l’apparenza di una grande avventura fantasy rivolta anche a un pubblico giovane, vengono affrontati argomenti decisamente più adulti: la guerra, la perdita, lo sterminio di un popolo, il peso delle aspettative familiari, il bisogno di essere accettati, la responsabilità del potere e il confine tra ciò che gli altri vogliono che diventiamo e ciò che scegliamo di essere. Nonostante questo, la serie non diventa mai eccessivamente pesante. Riesce ad alternare momenti drammatici ad altri divertenti e teneri, mantenendo sempre al centro l’amicizia e il legame che progressivamente nasce tra i protagonisti.

Anche dal punto di vista visivo l’ho trovata molto piacevole. Alcune ambientazioni risultano inevitabilmente molto digitalizzate, ma nel complesso il mondo di Avatar è ricco, colorato e affascinante. E ho adorato le creature che accompagnano il gruppo, soprattutto Appa e Momo, che sono semplicemente tenerissimi.

L’unica vera nota negativa?

Aver finito la seconda stagione sapendo che adesso dovrò aspettare per vedere la terza. Perché naturalmente hanno deciso di lasciarmi proprio adesso, quando la storia è arrivata a un punto in cui avrei immediatamente premuto “prossimo episodio”. A chi ama il fantasy, l’avventura e soprattutto le storie ricche di personaggi ai quali è difficile non affezionarsi, consiglio caldamente Avatar: La leggenda di Aang.

Re di spade e sangue: luci e ombre di un successo BookTok

Ho letto Re di spade e sangue, fantasy romance dell’autrice Scarlett St. Clair, scrittrice statunitense appartenente alla Muscogee Nation, diventata celebre a livello internazionale grazie al successo delle sue opere su BookTok.

Purtroppo il romanzo non mi ha convinta quanto speravo. Il suo limite principale, a mio avviso, è l’incipit. Credo che le prime pagine siano fondamentali per conquistare il lettore e, in questo caso, ho avuto più volte la tentazione di interrompere la lettura. I primi capitoli soffrono sia di info dumping sia di overwriting: l’autrice concentra una quantità enorme di informazioni sul mondo narrativo e tende a spiegare e ribadire concetti che il lettore ha già assimilato. Inoltre prevale il telling sul showing: invece di lasciare emergere personaggi e ambientazione attraverso azioni e dialoghi, il romanzo preferisce raccontarci continuamente chi siano i protagonisti e come dovremmo percepirli.

La storia comincia davvero a ingranare soltanto quando Isolde lascia il suo regno e raggiunge la nuova dimora. L’ingresso di nuovi personaggi rende il ritmo più vivace e la narrazione finalmente dinamica, ma ho avuto la sensazione che questo cambiamento arrivi troppo tardi.

Devo poi ammettere che la protagonista mi è risultata decisamente antipatica. Il problema, però, non è tanto il suo carattere, quanto il modo in cui viene costruita. Il romanzo insiste nel dirci che Isolde è una donna forte, altruista e pronta al sacrificio, ma le sue azioni mi hanno spesso trasmesso l’impressione opposta. Ho percepito una distanza evidente tra ciò che il testo afferma sul personaggio e ciò che il personaggio dimostra realmente. Parla continuamente del proprio sacrificio, ma, nei fatti, questo consiste nel ritrovarsi accanto a un re vampiro che, nonostante la terribile fama che lo precede, con lei si dimostra fin da subito sorprendentemente gentile, paziente e protettivo.

Anche il modo in cui la cosiddetta golden couple amministra la giustizia mi ha lasciata perplessa. Le loro decisioni sembrano dipendere soprattutto da ciò che conviene ai protagonisti e questo, ai miei occhi, finisce per renderli poco diversi dai tiranni che dichiarano di voler combattere.

Non ho trovato nemmeno un vero triangolo amoroso, perché Killian non suscita mai un autentico interesse nella protagonista e il suo ruolo rimane piuttosto marginale sotto questo aspetto.

Anche il worldbuilding mi ha lasciato qualche perplessità. Oltre ai vampiri vengono introdotte numerose creature, ma le loro caratteristiche rimangono poco chiare. Lo stesso vale per il funzionamento della Bruma Rossa, che non sono mai riuscita a comprendere fino in fondo.

Ci sono però anche aspetti che ho apprezzato. Scarlett St. Clair dimostra una notevole capacità descrittiva: le scene passionali, le battaglie, gli ambienti e gli abiti risultano vividi e facili da immaginare. Inoltre il finale mi ha piacevolmente sorpresa. Ho trovato alcune analogie con il mio romanzo Oltre la magia, soprattutto nella direzione presa dagli eventi conclusivi e in alcune dinamiche narrative, e questo mi ha colpita. L’epilogo è ben costruito, chiude il primo volume in modo soddisfacente e lascia aperti gli sviluppi successivi senza dare l’impressione di essere stato forzato.

Per il momento, però, non credo che proseguirò la saga. Per quanto il finale sia riuscito, non sono mai riuscita ad affezionarmi alla protagonista e, per me, questo è un elemento troppo importante per desiderare di continuare la lettura.